Un film, molti significati: Barriere è su Infinity

Quando il cinema presta la voce a una minoranza: Barriere è su Infinity.


Nella Pittsburgh degli anni ’50, Troy Maxson, netturbino, affronta ogni giorno le stesse ingiustizie sociali e i propri demoni interiori. Uno spirito indomabile che nella vita l’ha portato ad essere promessa del baseball, marito, amante, amico, padre di due figli di cui non approva le vocazioni. Uno spirito indomabile che si infrange come un’onda inarrestabile contro la sua famiglia: detestato dal figlio minore e persuaso dall’amico a prendere una decisione sulla sua (doppia) vita, Troy decide di confessare alla moglie il tradimento. Un abisso di dolore divide la famiglia e, rimasto solo e infelice, Troy decide di ricomporre la sua esistenza.


La “barriera” a cui allude il titolo, è la traduzione italiana di fence (titolo originale del film), ovvero staccionata. Proprio come quella che Rose, la seconda moglie di Troy, vuole costruire intorno al proprio cortile, per renderla più abitabile e signorile. Bianca, come quella da quell’american dream che Rose sente di non riuscire a realizzare nella vita di tutti i giorni. Una staccionata fisica che si presta però a metafora: quella staccionata è una barriera, una di quelle che tiene la gente fuori o la gente dentro. Un cambiamento di significato che si percepisce anche nel film, con la netta frattura causata dalla rivelazione dell’adulterio.


Firmato da Denzel Washington, Barriere è molte cose: è un film sulla famiglia, sui diritti civili, una trasposizione teatrale.
Barriere è l’adattamento cinematografico dell’omonima pièce teatrale di August Wilson, quella pièce del 1987 che gli valse fra gli altri un Premio Pulitzer.
Ma Barriere è anche un film sulla fragilità dei rapporti famigliari e sul fallimento, con un padre padrone che rischia di non far spiccare il volo al proprio figlio.
Il tutto condito da una società americana di provincia, in cui il colore della pelle rimane determinante e in cui lo scontro generazionale si fa sempre più importante.
E quello steccato, quello che dovrebbe custodire in sicurezza chi rimane all’interno, rischia di non far uscire chi merita di trovare il proprio posto nel mondo.


Un film che si carica di emotività che passa attraverso gli attori. Una messa in scena consapevolmente minimale e rigorosa, in cui lo stile lascia spazio alla sostanza, vera protagonista di Barriere. Una potenza che traspare nelle interpretazioni di Denzel Washington, che si presta come attore oltre che regista, e di Viola Davis che, nei panni di Rose, riesce a restituire perfettamente l’immagine di una donna ferita, orgogliosa e arrabbiata. Un'interpretazione, quest’ultima, per cui le è stato assegnato il premio Oscar come Miglior attrice non protagonista.


Barriere
è un film in cui tutto è pensato e arrangiato sapientemente per dare il giusto peso ai gesti dei protagonisti. Un film forte da vedere assolutamente.

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