#tbt Barry Lyndon: lo straordinario affresco settecentesco firmato dal maestro Kubrick è su Infinity

Il nostro “ricordo del giovedì” questa settimana fa un lungo salto indietro nel tempo fino al 1975, anno in cui Barry Lyndon uscì nelle sale inglesi e statunitensi (in Italia nel 1976), affermandosi come uno dei film esteticamente più elaborati - e meno compresi dalla critica – di Stanley Kubrick.

 

Tratto dal romanzo del 1844 di William Makepeace Thackeray, Barry Lyndon mette in scena attraverso la pungente ironia di un narratore esterno, la vita del giovane irlandese Barry Lyndon (Ryan O’Neal) e le sue alterne (s)fortune. Innamoratosi della cugina Nora, ne sfida a duello un suo pretendente, capitano dell’esercito britannico, uccidendolo. Da qui inizierà una fuga e innumerevoli eventi imprevisti che lo porteranno dapprima ad arruolarsi nell’esercito britannico, poi in quello prussiano, poi a diventarne spia, ad avviare una fruttuosa carriera di giocatore d’azzardo e soprattutto a sposare la bellissima contessa Lady Lyndon (Marisa Berenson). Questo matrimonio è tutto ciò a cui Barry ha aspirato una vita intera per avere la ricchezza e un titolo nobiliare. Tutto ciò gli si ritorcerà dolorosamente contro, perché il destino è implacabile.

 

Stanley Kubrick riflette sul fato, sull’ipocrisia e l’arrivismo del figlio di un’epoca la cui storia ha però un valore universale che travalica il periodo specifico: l’opportunismo di Barry che plasma la sua personalità per essere accettato in ambienti, opulenti e raffinati ma sostanzialmente vuoti e falsi, fatti di maschere, che non tardano a ricordagli che lui non vi appartiene. Kubrick tratteggia così un anti-eroe che non si riesce né ad amare né a odiare completamente, ma si osserva un uomo perennemente insoddisfatto che va inconsapevolmente incontro ad una sorte spietata.

 

Questo racconto crudele è messo in scena dal regista e dai suoi collaboratori con uno sguardo straordinariamente acuto e preciso: dai meticolosi costumi di Milena Canonero e Ulla-Britt Söderlund, alle perfette scenografie firmate Ken Adam, passando per la colonna sonora di Leonard Rosenman con musiche di Händel, Bach, Schubert, Mozart, Vivaldi, tutti premiato con l’Oscar. La quarta statuetta vinta merita un approfondimento speciale, che esemplifica ulteriormente la leggendaria scrupolosità di Kubrick: le riprese in interno e in esterno sono state effettuate esclusivamente con la luce naturale o alla luce delle candele per le scene notturne, facendo sì che lui e il direttore delle fotografia John Alcott utilizzassero delle speciali lenti progettate dalla NASA.

 

Il film è un susseguirsi di dipinti del Settecento inglese e francese ricreati in scena dagli attori e dagli ambienti immortalati dall’inquadratura, in cui la scelta di location particolarmente pittoresche sia per i palazzi che per i paesaggi rende Barry Lyndon lo straordinario e unico affresco di un’epoca.

 

 

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